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Quando l’amore malato diventa veleno

L’illusione delle farfalle

“Non capisco.”
“Cosa?”
“Con lui è come scalare una montagna impraticabile… e quando penso di poter respirare un po’, mi ributta giù con i suoi modi. A tratti è ancora gentile come all’inizio, se faccio esattamente cosa vuole. Ma subito torna a essere irascibile, svalutante, freddo e offensivo.”
“E cosa non capisci?”
“È che sento le farfalle allo stomaco, sempre più forti! Quindi sono ancora innamorata di lui, nonostante tutto?”
“Mmm…”
“Cosa?”
“Quelle non sono farfalle allo stomaco.”
“Ah, no?”
“No. Quella è gastrite.”

Questa scena ironica e amara al tempo stesso racchiude il paradosso delle relazioni tossiche: confondere il brivido della paura con l’ebrezza dell’amore, lo spasmo dell’ansia con il battito del cuore innamorato.

Indice dell’articolo

Quando l’amore ammala

Gli studi di John Bowlby sull’attaccamento ci mostrano che la nostra capacità di amare è profondamente radicata nelle prime esperienze di cura. Quando incontriamo un partner con tratti narcisistici o manipolatori, la ferita si riapre: il bisogno d’amore si intreccia con il dolore del rifiuto.

Il narcisista alterna momenti di apparente dedizione a momenti di svalutazione, creando quello che la psicologia chiama intermittenza rinforzante (un concetto che deriva dagli esperimenti di Skinner): il cervello resta intrappolato in un meccanismo che confonde punizione e premio, generando dipendenza emotiva.

Non è amore, è astinenza e ricompensa. Non sono farfalle, è il corpo che si ribella.

Il corpo non mente

Le relazioni tossiche non si vivono solo nella mente: si imprimono nella carne.

Il cuore accelera, lo stomaco si chiude, il sonno scompare. L’ansia diventa insonnia, la rabbia repressa si trasforma in gastrite, la paura si traduce in mal di testa cronici.

Il corpo è un testimone silenzioso e infallibile: dice la verità anche quando noi ci ostiniamo a negarla. Possiamo raccontarci che “va tutto bene”, ma il corpo non mente mai.

Secondo la psicosomatica e numerosi studi (tra cui quelli di Alexander Lowen e Gabor Maté), i disturbi fisici non sono altro che il linguaggio del dolore inascoltato.

Lo scrittore Aldous Huxley ricordava: “L’esperienza non è ciò che accade a un uomo, ma ciò che un uomo fa con ciò che gli accade.”

Ecco allora che il corpo diventa specchio: riflette ciò che non riusciamo a dire, denuncia ciò che abbiamo imparato a nascondere. Non è debolezza, è un grido di verità.

L’anestesia dell’anima

La cosa più crudele del narcisista non è soltanto l’offesa, l’umiliazione o la svalutazione. È il fatto che lentamente ci disabitua a credere alla nostra percezione.

“Non sei arrabbiato, sei tu che sei troppo sensibile.”
“Non è successo così, ti inventi le cose.”
“Sei tu che rovini tutto.”

Queste frasi non sono semplici parole: sono aghi che addormentano la coscienza. Si chiama gaslighting: un meccanismo che lavora come un’anestesia emotiva. A forza di sentirci dire che esageriamo, che ricordiamo male, che la colpa è nostra, iniziamo a dubitare della nostra mente.

È una forma di violenza sottile ma devastante, perché non distrugge dall’esterno: corrode dall’interno. Ci si guarda allo specchio e non ci si riconosce più. La voce interiore si fa muta, i confini si dissolvono. Si diventa spettatori passivi della propria vita, convinti che l’altro sappia più di noi cosa sentiamo.

Eppure, in quel silenzio forzato, resta sempre una scintilla: la parte di noi che ancora sa, che ancora sente. È a quella scintilla che dobbiamo tornare, perché da lì ricomincia la guarigione.

La poesia come resistenza

Eppure, anche dentro il deserto, c’è un filo d’acqua. La poesia e l’arte ci ricordano che la verità dell’anima non può essere cancellata.

Emily Dickinson scriveva:

“Il cuore vuole sempre il suo cuore, e nient’altro.”

Ed è così: per quanto il narcisista cerchi di piegare, manipolare, annullare, c’è un nucleo di autenticità che resta intatto e che, se ascoltato, ci può salvare, come scrivo nella poesia che segue.

Mi dicevi.
Mi dicevi che mi avresti protetta
rispettata 
vista, sempre.
Che ci saresti stato
che avremmo parlato di tutto
che saremmo stati la priorità,
anche nei momenti difficili.
Mi facevi sentire bella
ebbra di un veleno dolce
copula di un’alchimia inutile.
ti ho creduto.
E ora smetto.
Chè ho scelto di credere 
nell’unica cosa che conta
l’unica certezza che mi resta.
Io credo in me stessa.
All’oblio
ciò in cui non credo più.

Riconoscere per rinascere

Il primo passo è riconoscere.

Ammettere che quelle non sono farfalle, ma sintomi. Che non è amore, ma dipendenza. Che non è passione, ma violenza emotiva.

Il secondo passo è comprendere. Studiare, leggere, parlare con chi conosce questi meccanismi. Restituire parole a ciò che è stato taciuto.

Il terzo passo è trasformare. Riconnettersi al corpo, nutrirlo, ascoltarlo. Ritrovare uno spazio sicuro in cui la voce possa tornare a farsi sentire.

Questi passi sono un cammino di rinascita all’interno del mio nuovo libro “L’amore che ammala. Come guarire dalle relazioni tossiche e tornare a scegliere sé stessi”: un percorso di consapevolezza e trasformazione, di guarigione.

Il corpo come bussola: una pratica di consapevolezza

Trova un luogo tranquillo. Siediti comodo, con la schiena eretta ma non rigida. Chiudi gli occhi per qualche istante.

  1. Porta le mani al corpo.
    – Una sul petto, l’altra sul ventre. Respira lentamente, senza forzare. Inspira dal naso, espira dalla bocca.
  2. Pensa alla persona che ti fa stare in dubbio.
    – Non giudicare i pensieri, semplicemente lascia che l’immagine emerga.
  3. Ascolta le sensazioni.
    – Lo stomaco si contrae o si apre?
    – Il respiro si accorcia o si distende?
    – Il cuore accelera per ansia o batte con calma?
  4. Dai un nome.
    – Se senti peso, tensione, bruciore, ansia… quello non è amore.
    – Se senti respiro ampio, calore, pace… quello è segno di un nutrimento sano.
  5. Ripeti a te stesso:
    “Il mio corpo sa la verità. Io lo ascolto. Io mi fido.”

Questa piccola pratica, se ripetuta ogni giorno per qualche minuto, aiuta a ricollegarsi a sé stessi e a distinguere tra le farfalle vere dell’amore e il veleno dell’ansia mascherata da passione.

Il ritorno a sé

Le relazioni tossiche svuotano, ammalano, spezzano. Ma non possono spegnere per sempre la scintilla della verità interiore.

E allora, sì: quelle farfalle che sembravano amore, in realtà erano gastrite. Ma proprio da quella consapevolezza può iniziare la guarigione.

Perché il vero amore non brucia lo stomaco. Il vero amore nutre. Il vero amore calma. Il vero amore non toglie respiro: lo restituisce.

Guarire significa scegliere, ogni giorno, di tornare a sé stessi.

Perché tu vali. Tu meriti la gioia di relazioni che ti onorano.


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