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La felicità semplice che non vediamo

Quando una relazione tossica ci allontana da noi e dalla vita

“Attimi. La vita è fatta di piccolissimi attimi: di sconforto, di noia, di rabbia, di serenità, di passione, di dolore. In questi attimi si nascondono microscopici germogli di felicità, come semi di soffione pronti a volare via. 
Non puoi trattenerli, ma puoi godere del loro librarsi leggero, soltanto un respiro tra il cuore e l’universo. 
Attimi, di cui l’anima si nutre e che espande, perché diventino nuova vita.”

Margherita Roncone

C’è una felicità semplice, silenziosa, quotidiana, che spesso non vediamo.
Non perché non esista, ma perché siamo troppo occupati a sopravvivere.

Quando siamo intrappolati in una relazione tossica, la vita si restringe.
Non perdiamo solo energia, lucidità o fiducia: perdiamo anche l’accesso a quei piccoli momenti di bellezza che potrebbero nutrirci, sostenerci, ricordarci chi siamo.
La felicità non scompare.
Siamo noi a non riuscire più a sentirla.

Indice dell’articolo

La trappola della felicità (e perché non funziona)

Viviamo immersi in un’idea potente e ingannevole: che la felicità sia uno stato da raggiungere, una condizione stabile, un luogo emotivo in cui finalmente smetteremo di soffrire.

È questa l’illusione che “La trappola della felicità”, di Russ Harris, descrive con grande chiarezza: la convinzione che stare bene significhi eliminare il dolore, controllare le emozioni scomode, evitare ciò che ci mette in difficoltà.

La psicologia contemporanea ci dice l’opposto.

Secondo l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), il dolore fa parte dell’esperienza umana, mentre la sofferenza aumenta quando lottiamo contro ciò che proviamo.

Non perché sentiamo “troppo”, ma perché cerchiamo di non sentire.

La felicità, allora, non coincide con l’assenza di emozioni difficili.

Coincide con la presenza di senso, di direzione, di coerenza con ciò che siamo.
Quando siamo intrappolati in un amore che ammala, anche la felicità è in trappola.

Le neuroscienze affettive spiegano molto bene cosa accade quando viviamo una relazione emotivamente destabilizzante.

Lo stress relazionale cronico mantiene il sistema nervoso in uno stato di iperattivazione: l’amigdala resta in allerta, il corpo anticipa il pericolo, la mente è impegnata a prevenire reazioni, conflitti, abbandoni.

In questa condizione non siamo fragili.
Siamo in modalità sopravvivenza.

Antonio Damasio ha mostrato come emozioni e decisioni siano profondamente intrecciate: quando il sistema emotivo è costantemente sotto minaccia, la capacità di scegliere per il proprio benessere si riduce drasticamente.

Non perdiamo solo lucidità.
Perdiamo accesso al piacere, alla presenza, alla gioia semplice.

È così che accade qualcosa di profondamente doloroso: la felicità passa accanto a noi, ma non riusciamo ad afferrarla.

Nemesi: quando la vita ci chiede di tornare a noi

Nella mitologia greca, Nemesi non è la dea della punizione, come spesso viene raccontato in modo semplicistico.

Nemesi è la forza che ristabilisce la misura quando un limite viene superato.
Non agisce per vendetta, ma per ricondurre all’equilibrio ciò che si è allontanato troppo da sé.

Nelle relazioni tossiche, Nemesi non è l’altro.
Non è la sofferenza che arriva dall’esterno.
La vera Nemesi è la progressiva perdita di sé.

Agisce in silenzio, ogni volta che:

  • ti restringi per non disturbare
  • rinunci a un bisogno per evitare una reazione
  • smetti di scegliere ciò che ti nutre per paura di perdere qualcuno.

Non è una punizione.
È una frattura interna.

Ed è qui che accade qualcosa di cruciale:

la felicità semplice, quella quotidiana, possibile, silenziosa, è la prima cosa che smettiamo di sentire.

Non perché la vita smetta di offrirla, ma perché non ci sentiamo più autorizzati interiormente a viverla.

In una relazione tossica, la gioia diventa pericolosa,
la leggerezza sembra una colpa,
l’autonomia viene vissuta come una minaccia.

La felicità è ancora lì.
Ma Nemesi, fino a quando restiamo lontani da noi stessi, ce la rende inaccessibile.

La mia esperienza: quando la vita si era ristretta

Guardando indietro oggi, da un luogo di guarigione, vedo con chiarezza quanto l’amore che mi ha fatta ammalare in una relazione tossica, avesse condizionato tutto:
le mie scelte, i miei pensieri, le mie emozioni.

Non me ne rendevo conto mentre ero dentro.
Ero impegnata a non disturbare, a non allontanarmi, a non provocare reazioni.
Avevo paura di dedicare tempo agli amici, ai miei figli, a me stessa.
Paura di scegliere la mia vita.

E così ho lasciato scorrere via momenti semplici che avrebbero potuto essere felicità.
Non perché non esistessero.
Ma perché non mi sentivo libera di viverli.

La guarigione è iniziata quando ho smesso di giustificare questa rinuncia e ho ascoltato la Nemesi in me.
Non mi parlava per colpevolizzarmi, ma mi chiamava per tornare al mio cuore, a casa.
Così ho visto la verità: mi stavo allontanando da me stessa per non perdere qualcun altro.

La felicità non è uno stato, è una direzione

La filosofia lo insegna da secoli.

Per Aristotele la felicità (eudaimonia) non è piacere momentaneo, ma fioritura, realizzazione della propria natura.

Gli stoici parlavano di serenità come allineamento con ciò che dipende da noi: le scelte, i valori, il modo in cui stiamo nel mondo.

La psicologia moderna conferma questa intuizione.

Le ricerche di Steven C. Hayes mostrano che il benessere cresce quando iniziamo a compiere azioni coerenti con i nostri valori, anche in presenza di paura, dolore o incertezza.

La felicità non arriva quando tutto è risolto.
Arriva quando smettiamo di tradirci.

I mattoni della felicità possibile

Oggi la felicità, per me, non è euforia.

È presenza.

È un momento autentico con i miei figli, la scelta di un nuovo percorso universitario, rimettermi in gioco anche quando tremo, allargare i miei orizzonti nelle amicizie, intraprendere un nuovo cammino di formazione e crescita, giocare con i miei cani.

Sono attimi brevi.
Ma sono mattoni.

Le neuroscienze parlano di plasticità neuronale: ogni volta che scegliamo ciò che è allineato con noi stessi, rafforziamo circuiti di sicurezza, fiducia e vitalità.

La felicità non si conquista tutta insieme.
Si coltiva.

Se oggi ti senti confuso, stanco emotivamente, intrappolato in una relazione che ti restringe, forse non devi forzarti a “stare meglio”.

Forse devi tornare a vedere.

La felicità non chiede perfezione.
Chiede presenza, verità, piccoli passi quotidiani.

Scegliere sé stessi è il primo atto di guarigione.
Mettersi in cammino è il primo atto di felicità.

Il resto viene.
Un mattone alla volta.


Le relazioni che ci restringono rubano spazio anche alla nostra felicità più semplice.
Se queste parole risuonano in te, forse è il momento di guardare con sincerità ciò che ti spegne — e di tornare a scegliere te stessa.

Nel libro “L’amore che ammala”, Margherita Roncone racconta con profondità e chiarezza come riconoscere i legami che feriscono e come ritrovare la strada verso sé stessi.

Un cammino di verità, forza e rinascita.
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