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Proteste e disagio giovanile: chi ascolta i ragazzi?

Chi li tiene

Ragazzi, piazze e un Paese che ha smesso di esserci


Pensieri di una counselor sulle piazze di ottobre

C’è una frase che chi fa il mio lavoro impara a riconoscere. Non arriva mai subito. Arriva dopo, quando il silenzio ha creato spazio e la voce si abbassa:

Nessuno si è accorto di me.

In queste settimane l’ho sentita risuonare per tutta l’Italia. Sulle statali del Sud, davanti alle scuole, in piazza Duomo. Detta con parole diverse, con gesti diversi. A volte con un trattore. A volte con una pietra.

In tutte le piazze lo stesso dolore

Proviamo ad ascoltare le piazze come si ascolta una persona: non solo ciò che grida, ma ciò che non riesce a dire.
Il camionista calabrese che da inizio ottobre tiene il tir fermo al presidio dice: gasolio. 

A inizio mese ha superato i 2,24 euro al litro, circa il trenta per cento in più di prima della crisi. 

L’olivicoltore del Gargano dice: l’olio non si vende, i costi sì. 

Gli studenti che il 16 ottobre hanno riempito oltre quaranta città dicono: scuole che cadono a pezzi, stanze che non possiamo pagare, soldi alle armi e non alle aule. I cortei del 17, convocati sui social, dicono: carovita, stipendi bassi, tasse.

Parole diverse. Ma se le ascolti con l’orecchio di chi cura, sotto ne senti una sola.
Non ce la faccio da solo. E nessuno mi tiene.

John Bowlby, il padre della teoria dell’attaccamento, chiamava base sicura quella presenza a cui un bambino può tornare quando ha paura. Solo chi ha una base sicura osa esplorare il mondo. Chi non ce l’ha, o si chiude, o si scaglia contro.

Un Paese, a volte, è questo: una base sicura per i suoi cittadini. Oppure no.

Stessa ferita, due modi di portarla in strada

A Cerignola un corteo di trattori e camion avanza piano. Accanto ci sono studenti, cittadini, il sindaco, il vescovo. A Corato una ragazza spiega di essere al presidio degli agricoltori per dialogare, per dire che anche i giovani ci sono. A Trebisacce trecento studenti camminano accanto a chi lavora la terra. A Torino, il 16 ottobre, alcuni insegnanti si prendono a braccetto con i propri studenti e si mettono tra loro e la polizia.

Lo psicoanalista Wilfred Bion avrebbe detto che lì c’era un contenitore: qualcuno capace di accogliere un’emozione troppo grande e di restituirla in una forma pensabile. Donald Winnicott lo chiamava holding. Il tenere. Come si tiene un neonato che piange: non per farlo tacere, ma perché non si senta cadere.

A Milano, il 17 ottobre, quel tenere non c’era. Il corteo era nato da un profilo social apparso due settimane prima. Nessun volto, nessuna sede, nessun adulto di riferimento. Circa la metà dei fermati erano minorenni, arrivati dall’hinterland e dalle province in piccoli gruppi. Figli di immigrati e ragazzi con cognomi italiani, insieme.

Non era la rabbia a essere diversa. Era la solitudine.

Cosa succede dentro un ragazzo che nessuno tiene

Un’emozione che non trova parole non scompare. Cerca un’uscita. In psicoanalisi la chiamiamo passaggio all’atto: quando ciò che non si può dire si fa. Un vetro rotto è spesso una frase mai pronunciata.

A quindici anni, poi, il cervello che frena e pondera è ancora in costruzione: la corteccia prefrontale matura fino a ventiquattro, venticinque anni. È per questo che all’adolescenza servono adulti che facciano da freno esterno, finché quello interno non è pronto.

E la folla fa il resto. Già nel 1895 Gustave Le Bon descriveva come, nella massa anonima, il singolo smetta di sentirsi responsabile. Oggi c’è anche lo schermo: la scena viene filmata, condivisa, guardata. Per chi si sente invisibile, essere visto mentre distrugge è comunque essere visto.

E poi c’è lo sguardo degli adulti. Il sociologo Federico Pilati racconta come la parola “maranza”, nata come insulto, diventi un’identità da indossare. Robert Merton, nel 1948, la chiamava profezia che si autoavvera. Dì a un ragazzo abbastanza a lungo che è un problema, e lui imparerà a esserlo. Nessuno cresce bene sotto uno sguardo che non si fida.

Telemaco sulla riva

Jacques Lacan parlava di evaporazione del padre: un tempo in cui le figure che dovrebbero guidare, dare una legge, fare da argine, si dissolvono. Massimo Recalcati ha ripreso questa immagine con il mito di Telemaco, il figlio di Ulisse che siede sulla riva e guarda il mare. Non aspetta un padre da combattere.

Aspetta un padre che torni.

È questa, credo, la cosa più difficile da vedere nelle immagini di questi giorni. Molti di quei ragazzi non stanno uccidendo i padri.

Li stanno aspettando.

E non solo loro. Anche il cittadino adulto, quello con il tir fermo o il pieno da fare, guarda il mare. Nel 1967 don Lorenzo Milani e i ragazzi di Barbiana scrivevano: «Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Oggi tanti non scelgono di sortirne da soli. Ci vengono lasciati.

Dall’altra parte dello scudo

Nel 1968, dopo gli scontri di Valle Giulia, Pier Paolo Pasolini scandalizzò tutti schierandosi con i poliziotti, figli di poveri. Oggi le parti sono diverse. Ma sabato oltre centoquaranta agenti sono rimasti feriti, e molti avevano pochi anni in più dei ragazzi che avevano davanti.

Da una parte e dall’altra dello scudo, figli. Anche loro, a fine turno, tornano a casa con una paura che nessuno raccoglie.

Cosa ci insegnano le piazze

Niente di tutto questo cancella la responsabilità di chi ha spaccato una vetrina o ferito un uomo. Ma nemmeno cancella la nostra.

Perché il filo che lega il trattore di Cerignola, lo striscione degli studenti e la transenna di piazza Duomo è uno solo: la sensazione di essere stati lasciati. Da chi ogni giorno promette di esserci, e poi non c’è. Da chi, da qualunque parte stia, ci urla contro, si urla addosso, si contende la nostra attenzione e intanto pensa a sé stesso. Il gasolio sale, le scuole si sgretolano, una stanza per studenti costa quanto uno stipendio, e il dibattito resta un rumore di fondo. Una gara a chi grida più forte.

È lì che ci lasciano. Nell’avarizia di cui parlava don Milani, ciascuno a sortirne da solo. Nella solitudine. Nel caos.

E i ragazzi imparano da ciò che vedono, non da ciò che diciamo. Se gli adulti che dovrebbero guidarli si insultano, promettono e spariscono, perché dovrebbero fidarsi? E se nessuno si fida di loro, come possono imparare a fidarsi di sé?

Non possiamo aspettare che qualcuno, dall’alto, torni a tenerci. Telemaco può restare sulla riva per anni. Possiamo però smettere di somigliare a chi ci delude, a chi promette senza esserci.

Tenere un ragazzo non richiede un ruolo. Richiede presenza. Guardarlo davvero, non attraverso un’etichetta. Ascoltarlo fino in fondo, anche quando la sua rabbia ci spaventa. Fidarci, affidandogli qualcosa che conta. E soprattutto guidarlo: con un no che non umilia e un sì che non abbandona, con l’esempio prima che con le parole.

Allora la domanda non è soltanto come li fermiamo. È chi li sta tenendo. E la risposta, scomoda, comincia da noi.

Quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato un ragazzo senza correggerlo? Che gli hai affidato qualcosa di importante? Che gli hai detto, con gli occhi prima che con la voce, mi fido di te?

Forse quel ragazzo in piazza Duomo, con la transenna tra le mani, non cercava lo scontro. Cercava qualcuno che lo chiamasse per nome.

E che restasse.

Margherita Roncone


Essere ascoltati non dovrebbe essere un privilegio.

Ci sono silenzi che attraversano le piazze. E altri che abitano le nostre case, le nostre famiglie, le relazioni in cui cerchiamo amore e comprensione.

A volte la solitudine più dolorosa non è quella di chi non ha nessuno accanto, ma di chi continua a non sentirsi visto, anche quando qualcuno è lì.

Meritiamo relazioni in cui la nostra voce abbia spazio. In cui il rispetto non sia una conquista, ma un punto di partenza.

Nel suo libro “L’amore che ammala – Guarire dalle relazioni tossiche per tornare a scegliere sé stessi”, Margherita Roncone affronta le dinamiche affettive che possono portarci a dubitare del nostro valore, ad accettare ciò che ci ferisce e a dimenticare il diritto di essere noi stessi.

Un invito a riconoscere ciò che accade nelle nostre relazioni e a ritrovare la consapevolezza necessaria per scegliere legami più rispettosi e autentici.

Perché nessuno dovrebbe sentirsi invisibile proprio dove cerca amore.

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