Il vento nuovo che attraversa le piazze, e la parte che tocca a noi
Prima è una parola
Nel 1862 Victor Hugo aprì I miserabili con poche righe che ancora oggi sembrano scritte stamattina.
Finché esisteranno sulla terra ignoranza e miseria, diceva, libri come questo non saranno inutili.
Ogni rivoluzione comincia così. Prima è una parola, detta da pochi. Poi diventa vento, e attraversa le strade. E solo alla fine, se qualcuno la accoglie, diventa seme.
Sabato 24 ottobre il vento ha attraversato l’Italia. A Milano diecimila persone hanno trattato con la questura per mezz’ora prima di mettersi in cammino. A Roma, vicino a Termini, la polizia si è spostata di lato e il corteo è passato.
A Firenze i ragazzi seduti sui binari del tram, invitati ad alzarsi, si sono alzati. A Napoli gli agenti hanno allentato il cordone e la piazza li ha applauditi.
A Torino sono volati razzi e bottiglie. A Bologna un pomeriggio cominciato con un’assemblea seduta in piazza Nettuno è finito sotto gli idranti, dopo il lancio di bottiglie e sanpietrini da parte di alcuni.
Modi diversi, colori diversi. La stessa voce.
La stessa richiesta: salari, carovita, scuola, futuro. Lo stesso bisogno, antico quanto l’essere umano, di essere ascoltati.
E il vento non si è fermato. Giovedì 30 ottobre i sindacati di base hanno proclamato uno sciopero generale contro il carovita e il riarmo, per salari dignitosi e servizi pubblici. A Roma l’appuntamento è alle 10:30 in piazza dei Cinquecento, e altre piazze si riempiranno in tutta Italia.
Nel 1917 un giovane Antonio Gramsci scriveva: Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Non parlava di una bandiera. Parlava della scelta di non voltarsi dall’altra parte.
Il peso sulle spalle
Immaginate qualcuno a cui per anni tengono la testa contro l’asfalto. Gli bendano gli occhi, gli tappano la bocca, gli caricano sulle spalle pesi che nessuno potrebbe portare. E poi gli chiedono di stare calmo.
Non è un’esagerazione. Basta leggere i numeri, quelli veri, di cui si parla molto meno che di una vetrina rotta.
La Corte dei conti, l’organo che la Costituzione mette a guardia dei conti pubblici, scrive che l’Irpef continua a gravare quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione: l’82 per cento. Chiama la crisi del personale sanitario «uno dei principali problemi del Servizio sanitario nazionale».
Sull’istruzione osserva che «pare consolidarsi la tendenza al definanziamento dell’intero settore». E pochi giorni fa ha spiegato che i miliardi stanziati per ridurre le liste d’attesa non bastano, perché mancano medici e infermieri.
Tradotto nella vita di ogni giorno: chi lavora e chi è in pensione paga quasi tutto. Chi si ammala aspetta.
Chi studia lo fa in scuole a cui si toglie. E chi ha vent’anni guarda avanti e non vede un posto per sé.
Sotto un peso così, prima o poi, qualcuno grida.
Il capro espiatorio
In quei giorni a Milano è diventato virale il video di un bambino di undici anni che, durante i disordini, portava via vestiti dalle vetrine spaccate.
È stato identificato a scuola. La presidente del Consiglio, nel videomessaggio con cui annunciava il nuovo decreto, lo ha indicato come «il fenomeno più allarmante».
Ha ragione: un bambino di undici anni in mezzo a una guerriglia è allarmante. Ma la domanda che un Paese adulto dovrebbe farsi non è cosa ha fatto quel bambino. È dove eravamo noi. Dove erano gli adulti, la scuola, il quartiere, lo Stato, mentre un bambino imparava che il mondo si prende così.
Nel libro del Levitico c’è un rito antico. Il sacerdote posa le mani sul capo di un capro, gli carica addosso tutte le colpe del popolo, e lo spinge nel deserto. Il popolo torna a casa sollevato. Le colpe, però, restano dove erano. Il filosofo René Girard, in Il capro espiatorio (1982), ha mostrato come le comunità in crisi facciano sempre così: trovano una vittima da indicare, e si risparmiano la fatica di guardare le cause.
Un bambino diventa il volto di tutta una protesta. E migliaia di ragazzi che hanno camminato pacificamente spariscono dietro di lui.
Eppure, di trentacinque minorenni arrestati a Milano quel fine settimana, trentuno non avevano alcun precedente. Non erano criminali. Erano ragazzi.
Victor Hugo, nelle barricate di Parigi, mise Gavroche: un monello di strada, ladruncolo, insolente, figlio di nessuno. Non ne fece un mostro. Ne fece uno specchio, in cui la Francia del suo tempo era costretta a guardarsi.
La lingua di chi non viene ascoltato
Nel 1939 un gruppo di psicologi dell’Università di Yale formulò un’ipotesi che non ha mai smesso di interrogarci: la frustrazione, quando si accumula e non trova sbocco, tende a trasformarsi in aggressività.
Non è una giustificazione. È una legge della psiche, come la gravità per i corpi.
Nel 1967 Martin Luther King, l’uomo della nonviolenza, disse una frase che ancora fa male: la rivolta è la lingua di chi non viene ascoltato.
Nello stesso discorso condannava la violenza senza esitazioni, perché sapeva che si ritorce sempre contro chi la usa. Ma si rifiutava di condannarla senza condannare, con la stessa forza, le condizioni che la generano.
Una legge contro il vento
Il 20 ottobre la presidente del Consiglio ha parlato al Paese. Luce morbida, toni rassicuranti, un abito rosa. E parole durissime: un nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione, fino a cinque anni di carcere. Il fermo preventivo esteso ai minorenni. Multe ai genitori. «Chi rompe paga.» E una frase: non c’è disagio sociale che giustifichi la devastazione di un negozio.
La parola disagio è comparsa una volta sola. Per essere negata.
Hannah Arendt, in Sulla violenza (1970), scriveva che potere e violenza si oppongono: il potere nasce quando le persone agiscono insieme, la violenza compare dove il potere si sta perdendo.
Una legge più dura può fermare una pietra. Non può fermare un vento. Può solo insegnargli a soffiare più forte.
Nel 1955, parlando agli studenti di Milano, Piero Calamandrei disse che la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare. Quei ragazzi in piazza ce lo stanno ricordando. Hanno bisogno d’aria.
Giù gli scudi
A Bologna, quel sabato, dalla piazza si alza un coro: Giù gli scudi. A Napoli chiedono agli agenti: toglietevi i caschi. E a Napoli, alla fine, il cordone si allenta, e la piazza applaude.
Non volevano disarmare nessuno. Volevano essere riconosciuti.
In quell’applauso c’è tutto. C’è la scoperta che sotto il casco c’è un uomo, una donna, un ragazzo che a fine turno torna a casa con il suo stipendio da dipendente pubblico, il suo affitto, le sue liste d’attesa. Lo stesso peso. Sulle stesse spalle.
Duemila anni fa il commediografo latino Terenzio fece dire a un suo personaggio: sono un uomo, niente di ciò che è umano mi è estraneo. È forse la frase più rivoluzionaria mai scritta. Perché se niente di umano ci è estraneo, allora non lo è neppure la rabbia di un ragazzo, né la paura di un agente.
Siamo tutti dalla stessa parte. Il ragazzo con lo striscione e l’agente con lo scudo. Il contadino col trattore e l’infermiera a fine turno. La madre che guarda i video sul telefono e quella che aspetta il figlio poliziotto.
Tutti sotto lo stesso cielo, a chiedere la stessa cosa: dignità.
Chi cerca di dividerci, in buoni e cattivi, in studenti e teppisti, in cittadini e nemici, lavora contro tutti.
Il vento non conosce confini
Il giorno dopo, domenica 25 ottobre, il vento ha soffiato altrove.
A Belgrado, la Lista studentesca ha vinto le elezioni e Aleksandar Vučić, al potere da più di dieci anni, ha ammesso la sconfitta.
Tutto era cominciato due anni fa, quando la pensilina della stazione di Novi Sad crollò uccidendo sedici persone. Gli studenti chiesero la verità.
Li chiamarono agenti stranieri. Hanno camminato per due anni, senza un leader, decidendo tutto in assemblea. E hanno vinto.
Nelle stesse ore, in Brasile, Lula, l’ex operaio nato poverissimo, a quasi ottantuno anni ha ribaltato un primo turno che lo vedeva sconfitto e ha conquistato il suo quarto mandato, anche parlando ai giovani e riportando milioni di persone nelle strade.
Non sono favole. La politica, ovunque, resta complicata, e in Brasile lo sconfitto non ha ancora riconosciuto il risultato. Ma una cosa queste storie la dicono chiara: chi non viene mai ascoltato, i giovani, gli ultimi, può cambiare il corso di un Paese.
Un brasiliano, il pedagogista Paulo Freire, lo aveva scritto nel 1968: nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo. Ci si libera insieme.
La parte che tocca a noi
Ma un vento che soffia e poi passa non cambia niente. Lo sappiamo. La Serbia ci ha messo due anni. E il giorno dopo una vittoria, le vecchie abitudini sono ancora tutte lì, ad aspettarci.
Una rivoluzione vera non si fa una volta sola, in piazza. Si fa ogni giorno, in casa. Nelle scelte piccole, quelle che nessuno vede.
Václav Havel, nel 1978, raccontò di un fruttivendolo che ogni mattina espone in vetrina il cartello del regime, senza crederci, solo perché lo fanno tutti. Il potere, scriveva, si regge su quel piccolo sì quotidiano. E comincia a crollare il giorno in cui il fruttivendolo toglie il cartello.
Quali sono i nostri cartelli?
La raccomandazione chiesta all’amico. L’evasione di cui tutti sanno e nessuno parla. Il voto che non si dà, tanto non cambia niente. L’insulto condiviso senza pensarci. L’urlo al posto della parola, in televisione, a tavola, sui social. Il piccolo abuso di potere che tolleriamo, purché non tocchi noi. Il figlio che non ascoltiamo perché abbiamo fretta.
Nel 1956, in Sicilia, Danilo Dolci guidò decine di disoccupati a riparare una strada abbandonata, senza paga e senza permesso. Lo chiamò sciopero alla rovescia. Fu arrestato. Ma quella strada riparata è rimasta la forma più alta di protesta: non quella che spacca, quella che costruisce.
Ecco cosa possiamo fare, domani mattina. Togliere il nostro cartello dalla vetrina.
Pagare il giusto e pretendere il giusto. Comprare dal contadino che il gasolio sta strangolando. Spegnere chi ci insegna a odiare. Ascoltare un ragazzo fino in fondo, anche quando la sua rabbia ci spaventa. E, se siamo noi a portare il casco, ricordarci che possiamo toglierlo.
Semi, non tempesta
In Puglia il vento lo conosciamo. Sappiamo che non chiede permesso, che spazza via ciò che non ha radici. Ma sappiamo anche che porta i semi. È il vento a spargerli nei campi, nelle crepe dei muretti a secco, dove nessuno li avrebbe piantati.
Il vento che sta attraversando le piazze è così. Può diventare tempesta, e lasciare solo vetri rotti e leggi più dure. Oppure può diventare semina.
Dipende da noi. Da quanto saremo lucidi nel distinguere la rabbia che chiede ascolto da quella che vuole solo distruggere. Da quanto sapremo contenere senza schiacciare. Da quanta terra saremo disposti a offrire, ogni giorno, a ciò che sta cercando di nascere.
I ragazzi hanno già cominciato. Hanno chiesto, con le loro voci, una cosa sola.
Abbassiamo gli scudi. Tutti.
E lasciamo entrare il vento.
Margherita Roncone
Abbassare gli scudi significa anche imparare ad amare.
Le rivoluzioni più profonde non nascono soltanto nelle piazze. A volte cominciano dentro di noi, nel momento in cui scegliamo di non giustificare più ciò che ferisce, di riconoscere il valore della nostra voce e di costruire relazioni fondate sul rispetto.
Perché la dignità che chiediamo al mondo è la stessa che meritiamo nei nostri legami più intimi.
Nel suo libro “L’amore che ammala – Guarire dalle relazioni tossiche per tornare a scegliere sé stessi”, Margherita Roncone ci accompagna a riconoscere le dinamiche affettive che ci allontanano da noi stessi e a riscoprire il valore dell’autenticità, della libertà emotiva e dell’amore consapevole.
Il cambiamento comincia quando smettiamo di accettare ciò che ci spegne e torniamo a scegliere ciò che ci fa vivere.
