Svalutazione, controllo e negazione emotiva nella relazione.
“A volte vorrei silenziare tutto.
Per non essere fraintesa. Per non essere attaccata. Per non essere abbastanza.
Scomparire in un punto silente, caldo, mio.
Essere.
Dove non c’è bisogno di misurare passi, parole.
Cercare equilibri, trovare risposte, sorridere coi denti, senz’occhi.
Cadere nelle mie braccia e aspettare… la Primavera che verrà.”
Margherita Roncone
La storia raccontata in questo articolo nasce da esperienze reali; alcuni elementi sono stati modificati per proteggere l’identità delle persone coinvolte.
Quando smetti di parlare perché non ti senti più ascoltata
È seduta davanti a me e continua a tormentarsi le dita.
Suo marito le sta accanto, con il corpo leggermente rivolto altrove. Non la guarda mentre lei prova a spiegare ciò che accade da anni.
La madre di lui entra nella loro casa senza avvisare. Apre la porta con le proprie chiavi, sposta oggetti, controlla, commenta. Interviene nell’educazione dei figli, giudica le sue scelte, la fa sentire una cattiva madre, una moglie inadeguata, una persona sempre fuori posto.
Non invade soltanto la casa.
Entra nelle loro decisioni, nei loro conflitti, persino nella loro intimità.
Lei non sta chiedendo al marito di scegliere tra la moglie e la madre. Non gli sta chiedendo di spezzare un legame. Gli sta chiedendo di riconoscere che quella presenza, senza confini, sta consumando il loro spazio di coppia.
Gli dice:
«Io sto male. Mi sento continuamente giudicata e non mi sento protetta da te.»
Lui la interrompe.
«Mi hai stancato. Non mi interessa più. Sei tu che esageri e ne fai un dramma. Che cosa vuoi che faccia io?»
Nella realtà le parole furono più volgari e aggressive. Ma il loro significato era questo:
Il tuo dolore è un problema tuo. Non chiedermi di guardarlo.
Ed eccolo, il muro diventato invalicabile.
Non è più soltanto una suocera invadente.
Non è più la porta aperta senza bussare, il commento offensivo o l’ennesima intromissione.
Il cuore del problema è che una donna sta cercando di raccontare la propria sofferenza e la persona che dovrebbe ascoltarla sta discutendo il suo diritto di provarla.
Quando il dolore dell’altro diventa un fastidio
Mi capita spesso, incontrando le coppie in consulenza, di osservare questa dinamica.
Uno dei due non sta più bene nella relazione. Soffre. A volte il rapporto è stato consumato dalle abitudini, dalle distanze quotidiane, dalle parole rimandate. Altre volte uno dei partner presenta tratti narcisistici marcati: ha bisogno di avere ragione, fatica ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni e vive ogni richiesta dell’altro come un’accusa o un affronto.
Non utilizzo la parola “narcisismo” come un’etichetta da applicare con leggerezza. Non tutte le persone egoiste, poco empatiche o incapaci di comunicare hanno un disturbo narcisistico.
Esistono, però, comportamenti che producono conseguenze molto concrete: svalutare, colpevolizzare, negare, confondere, ridicolizzare, sottrarsi sistematicamente al confronto.
Chi li subisce finisce dentro un’altalena.
In alcuni momenti si sente amato, cercato, indispensabile. In altri diventa improvvisamente eccessivo, difficile, ingrato, instabile.
Così prova a spiegarsi meglio.
Abbassa il tono. Sceglie con cura le parole. Porta esempi. Ricostruisce gli episodi. Cerca perfino di anticipare le obiezioni dell’altro.
Ma più tenta di essere compreso, più si ritrova a dover difendere la legittimità di quello che sente.
Il tema iniziale scompare.
Non si parla più dell’invasione della suocera. Non si parla più del comportamento che ha ferito, del silenzio, dell’assenza o dell’offesa.
Sotto processo finisce la persona che ha provato dolore.
Quando non viene svalutato soltanto ciò che senti, ma ciò che sogni
Conosco quella sensazione anche nella mia vita privata.
È accaduto quando ho provato a parlare di un progetto importante per me. Non pretendevo che venisse realizzato immediatamente. Ero consapevole delle difficoltà del momento, delle priorità, della necessità di aspettare.
Volevo semplicemente poterlo nominare, condividerlo.
Dire: «Questo progetto per me conta. È un sogno al quale tengo. Se sarà possibile lo realizzerò, altrimenti saprò attendere.»
Dall’altra parte, però, non ho trovato una persona disposta ad ascoltare ciò che quel progetto rappresentava per me.
Ho trovato una porta chiusa.
«Non mi interessa. Non ne voglio parlare.»
Ho cercato di spiegare che non stavo avanzando una pretesa. Che davanti alle difficoltà della quotidianità non bisogna smettere di desiderare. Che si può essere responsabili senza rinunciare al diritto di avere un sogno.
A quel punto è arrivata una frase ancora più dura:
«Smettila di recitare. Sei un’attrice.»
L’espressione realmente pronunciata era più volgare. Più violenta. Ma anche ripulita dalla volgarità conservava intatto il suo significato.
Non veniva svalutato soltanto il mio progetto.
Veniva svalutata la mia autenticità.
Non mi si stava dicendo: «In questo momento non possiamo permettercelo».
Mi si stava dicendo: «Quello che provi non ha diritto d’essere reale. La passione che ci metti è una recita. Le tue parole sono una messinscena».
Ed è questo che ferisce profondamente: non ricevere un limite, ma vedersi negato il diritto di desiderare. Non incontrare una diversa opinione, ma qualcuno che pretende di stabilire se ciò che sentiamo sia autentico oppure no.
Non tutto è gaslighting, ma tutto può ferire
Oggi utilizziamo molto la parola gaslighting, talvolta anche in modo improprio.
Non ogni incomprensione è gaslighting. Non lo è ogni risposta fredda e neppure ogni divergenza nella ricostruzione di un episodio. Due persone possono ricordare una situazione in modo diverso senza che una stia deliberatamente manipolando l’altra.
Il gaslighting è un processo ripetuto attraverso il quale una persona viene portata a dubitare della propria memoria, delle proprie percezioni e, alla fine, della propria capacità di comprendere ciò che le accade.
“Non è mai successo.”
“E’ pura fantasia.”
“Te lo sei inventato.”
“Ricordi sempre male.”
“Sei instabile.”
“Vedi problemi che non esistono.”
Nel caso della donna che chiedeva al marito di proteggerla dalle intrusioni della suocera, non siamo necessariamente davanti a un vero gaslighting. Siamo però davanti a una grave svalutazione emotiva e al rifiuto di assumersi una responsabilità nel proteggere i confini della coppia.
Nel momento in cui qualcuno risponde al nostro dolore con «non mi interessa», il messaggio che riceviamo è netto: la tua sofferenza non mi riguarda, anche quando nasce dentro la nostra relazione.
E una sofferenza vissuta in solitudine, proprio accanto alla persona dalla quale vorremmo essere accolti, pesa più della sofferenza stessa.
Che cosa confondiamo
Spesso confondiamo l’assenza di discussioni con la serenità.
Ma qualche volta una coppia non litiga più semplicemente perché uno dei due ha rinunciato a parlare.
Confondiamo il silenzio con l’equilibrio.
Eppure ci sono silenzi che non contengono pace. Contengono stanchezza, paura, rassegnazione.
Confondiamo l’amore con la resistenza.
Pensiamo che amare significhi comprendere, aspettare, perdonare, concedere un’altra possibilità. E poi un’altra ancora. Fino a quando la nostra capacità di sopportare diventa la misura del sentimento.
Confondiamo un confine con un rifiuto.
Dire «questo progetto, adesso, non possiamo realizzarlo» è un limite.
Dire «non hai il diritto di parlarne e stai recitando» è una svalutazione.
Dire «comprendo che mia madre ti ferisca, cerchiamo insieme una soluzione» significa proteggere la coppia.
Dire «è un problema tuo, smettila di tormentarmi» significa lasciare l’altro solo proprio nel luogo in cui dovrebbe potersi sentire al sicuro.
Essere ascoltati non significa ottenere ragione.
Non significa che l’altro debba vedere ogni situazione esattamente come noi.
Significa poter dire «sto male» senza essere derisi.
Poter dire «questo per me conta» senza essere umiliati.
Poter dire «mi hai ferito» senza essere costretti, pochi minuti dopo, a chiedere scusa per averlo detto o a sopportare giorni di silenzio punitivo in cambio.
Quando il cuore smette di bussare
All’inizio chi soffre protesta.
Fa domande. Piange. Si arrabbia. Cerca confronti interminabili. Scrive messaggi lunghissimi, nel tentativo di trovare finalmente la combinazione di parole capace di raggiungere l’altro.
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Non perché abbia smesso di soffrire.
Perché ha smesso di credere che quella sofferenza possa essere accolta.
È allora che la relazione entra nella sua zona più pericolosa.
Non quando si alzano le voci, ma quando non si ha più voce per poter dire.
Quando non si chiede più.
Quando non si raccontano più i propri sogni.
Quando si prende una decisione senza cercare lo sguardo dell’altro, perché si è già imparato che quello sguardo non saprà vedere.
Da fuori può sembrare che le cose siano serene.
In realtà, qualche volta, si è semplicemente spento il cuore di chi aveva continuato a bussare.
La frattura più profonda di una coppia non nasce necessariamente dalle differenze, dagli errori o persino dai conflitti.
Nasce quando la realtà emotiva di uno dei due non trova più cittadinanza nella relazione.
Quando, per rimanere, bisogna dubitare di sé stessi.
Quando, per essere amati, bisogna sentire meno, desiderare meno, chiedere meno, occupare meno spazio.
La domanda, allora, non è più soltanto:
«Può essere amore?»
Forse la domanda da avere il coraggio di farsi è un’altra:
“Quanto posso restare in una relazione in cui, per continuare a essere accettato, non ho spazio per esprimere ciò che sento e ciò che sogno?”
Non devi scomparire per essere amata.
Ci sono relazioni in cui, poco alla volta, impariamo a parlare meno, desiderare meno, chiedere meno. Fino a dimenticare che anche la nostra voce merita ascolto, che i nostri sogni hanno valore e che l’amore non dovrebbe mai chiederci di rinunciare a noi stessi.
Ma non devi diventare invisibile per meritare amore.
Nel suo libro “L’amore che ammala – Guarire dalle relazioni tossiche per tornare a scegliere sé stessi”, Margherita Roncone ti accompagna in un percorso di consapevolezza per riconoscere le dinamiche che feriscono, comprendere ciò che vivi e ritrovare il coraggio di scegliere te stessa.
Perché amare non significa scomparire nella vita di qualcun altro, ma poter continuare a esistere pienamente nella propria.
